Traduzione in italiano dell'intervento di Susan Abulhawa al dibattito della Oxford Union:
"Non risponderò a domande finché non avrò finito di parlare, quindi vi prego di non interrompermi.
Affrontando il problema di cosa fare con gli abitanti indigeni della terra, Chaim Weizmann, un ebreo russo, disse al Congresso Sionista Mondiale nel 1921 che i palestinesi erano simili alle "rocce della Giudea, ostacoli da rimuovere su un sentiero difficile".
David Gruen, un ebreo polacco che cambiò il proprio nome in David Ben Gurion per suonare più in linea con la regione, disse: “Dobbiamo espellere gli arabi e prenderne il posto”.
Esistono migliaia di conversazioni simili tra i primi sionisti che pianificarono e attuarono la violenta colonizzazione della Palestina e l'annientamento del suo popolo nativo.
Ma ebbero solo un successo parziale, assassinando o epurando etnicamente l'80% dei palestinesi, il che significava che il 20% di noi è rimasto — un ostacolo duraturo alle loro fantasie coloniali, divenuto oggetto della loro ossessione nei decenni successivi, specialmente dopo la conquista di ciò che restava della Palestina nel 1967.
I sionisti si lamentavano della nostra presenza e discutevano pubblicamente in ogni ambito — politico, accademico, sociale, culturale — su cosa fare di noi; su cosa fare con il tasso di natalità palestinese, con i nostri bambini, definiti una “minaccia demografica”.
Benny Morris, che inizialmente doveva essere qui, una volta espresse rammarico perché Ben Gurion “non portò a termine il lavoro” di sbarazzarsi di tutti noi, il che avrebbe eliminato quella che chiamano la “questione araba”.
Benjamin Netanyahu, ebreo polacco il cui vero nome è Benjamin Mileikowsky, un giorno si rammaricò per un’occasione mancata durante la rivolta di Piazza Tienanmen nel 1989, per espellere grandi masse della popolazione palestinese “mentre l’attenzione mondiale era concentrata sulla Cina”.
Alcune delle soluzioni da loro proposte al “fastidio” della nostra esistenza includevano una politica del “rompere loro le ossa” negli anni ’80 e ’90, ordinata da Yitzhak Rubitzov, ebreo ucraino che cambiò nome in Yitzhak Rabin (per le stesse ragioni).
Quella politica orrenda, che ha segnato intere generazioni di palestinesi, non è riuscita a farci andare via. E frustrati dalla resilienza palestinese, è sorto un nuovo discorso, specialmente dopo la scoperta di un enorme giacimento di gas naturale al largo della costa di Gaza del Nord, dal valore di trilioni di dollari.
Questo nuovo discorso è riecheggiato nelle parole del colonnello Efraim Eitan, che disse nel 2004: “dobbiamo ucciderli tutti”.
Aaron Sofer, presunto intellettuale e consigliere politico israeliano, insistette nel 2018 che “dobbiamo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno”.
Quando ero a Gaza, vidi un bambino di non più di 9 anni a cui erano state strappate via le mani e parte del volto da una scatola di cibo trappolata lasciata dai soldati per i bambini affamati. In seguito seppi che avevano anche lasciato cibo avvelenato per le persone a Shujaiyya, e che negli anni ’80 e ’90 i soldati israeliani avevano lasciato giocattoli esplosivi nel sud del Libano che esplodevano quando i bambini eccitati li raccoglievano.
Il male che fanno è diabolico, eppure si aspettano che voi crediate che siano loro le vittime. Invocando l’Olocausto europeo e urlando all’antisemitismo, si aspettano che sospendiate ogni ragione umana fondamentale per credere che i cecchini quotidiani sui bambini, con colpi detti “kill shots”, e i bombardamenti di interi quartieri che seppelliscono famiglie vive, siano autodifesa.
Vogliono che crediate che un uomo che non aveva mangiato da oltre 72 ore, che continuava a combattere anche con un solo braccio funzionante, fosse mosso da una barbarie innata e da un odio irrazionale verso gli ebrei — invece che da un indomito desiderio di vedere il proprio popolo libero nella propria terra.
Mi è chiaro che non siamo qui a discutere se Israele sia uno stato di apartheid o genocida. Questo dibattito riguarda, in ultima analisi, il valore della vita palestinese; il valore delle nostre scuole, dei centri di ricerca, dei libri, dell’arte, dei sogni; delle case che abbiamo costruito in una vita intera e che custodiscono le memorie di generazioni; il valore della nostra umanità, della nostra libertà, dei nostri corpi e delle nostre aspirazioni.
Perché se i ruoli fossero invertiti —
se i palestinesi avessero passato gli ultimi ottant’anni a rubare case ebraiche, espellendo, opprimendo, imprigionando, avvelenando, torturando, stuprando e uccidendo ebrei;
se i palestinesi avessero ucciso 300.000 ebrei in un solo anno, preso di mira giornalisti, intellettuali, medici, atleti, artisti;
se avessero bombardato tutti gli ospedali, università, sinagoghe e musei israeliani, creando piattaforme da cui osservare lo sterminio come un’attrazione turistica;
se avessero rinchiuso centinaia di migliaia di ebrei in tende di fortuna, bombardandoli anche nelle “zone sicure”, bruciandoli vivi, privandoli di cibo, acqua e medicine;
se avessero costretto bambini ebrei a vagare scalzi con pentole vuote, raccogliere i resti dei genitori in sacchetti di plastica, dormire sulle loro tombe, pregare per la morte;
se li avessero terrorizzati tanto da far perdere loro i capelli, la memoria, la mente; se avessero fatto morire d’infarto bambini di 4 o 5 anni;
se avessero lasciato morire da soli neonati nelle incubatrici, decomporsi nei letti d’ospedale;
se avessero attirato ebrei affamati con camion di aiuti per poi aprire il fuoco;
se un cecchino palestinese si fosse vantato di aver fatto esplodere 42 ginocchia ebree in un giorno, o avesse detto alla CNN di aver travolto centinaia di ebrei con un carro armato;
se avessero sistematicamente stuprato medici ebrei con bastoni roventi, ferri elettrificati o estintori, fino a ucciderli come è accaduto a dr. Adnan al-Bursh;
se avessero obbligato donne ebree a partorire nel fango o a subire amputazioni senza anestesia;
se avessero decorato i carri armati con i giocattoli dei loro figli assassinati...
...Se tutto questo stesse accadendo oggi agli ebrei, non ci sarebbe dibattito su cosa sia terrorismo o genocidio.
Eppure, due palestinesi — io e Mohammad El-Kurd — siamo venuti qui a fare esattamente questo: a subire l’umiliazione di dover dibattere con chi pensa che le nostre uniche opzioni di vita siano lasciare la nostra terra, sottometterci, o morire in silenzio.
Ma vi sbagliereste a pensare che io sia qui per convincere qualcuno.
La risoluzione di questa assemblea, seppur benintenzionata e apprezzata, ha scarso peso nel mezzo di quello che per noi è l’Olocausto del nostro tempo.
Sono qui nello spirito di Malcolm X e James Baldwin, che affrontarono mostri ben vestiti e ben parlati, proprio come questi, portatori delle stesse ideologie suprematiste del sionismo — idee di privilegio, favore divino, popolo eletto.
Sono qui per la storia.
Per parlare alle generazioni future.
Per i cronisti di quest’epoca straordinaria, dove il bombardamento a tappeto di popolazioni indigene indifese è giustificato.
Sono qui per le mie nonne, entrambe morte come rifugiate senza un soldo, mentre ebrei stranieri vivevano nelle loro case rubate.
E sono qui anche per parlare direttamente ai sionisti, ovunque essi siano.
Vi abbiamo accolto nelle nostre case quando i vostri paesi cercavano di sterminarvi e il mondo vi chiudeva le porte.
Vi abbiamo dato da mangiare, da vestire, vi abbiamo offerto rifugio.
E quando fu il momento, ci avete cacciato, derubato, bruciato, assassinato.
Avete strappato i nostri cuori, perché evidentemente non sapete vivere senza dominare gli altri.
Avete superato ogni limite e coltivato gli impulsi più vili dell’umanità.
Ma ora il mondo sta finalmente intravedendo l’orrore che abbiamo sopportato per decenni.
Vi osservano con stupore, vedono il sadismo, l’euforia, la gioia con cui perseguitate ogni giorno i nostri corpi, le nostre menti, il nostro futuro, il nostro passato.
Ma qualunque cosa accada, non apparterrete mai veramente a quella terra.
Non comprenderete mai la sacralità degli ulivi che da decenni tagliate e bruciate per dispetto. Nessun nativo farebbe una cosa simile. Nessuno che appartenga davvero a quella regione distruggerebbe Baalbek, Bittir o antichi cimiteri, come fate voi.
I nostri antenati sono letteralmente nella nostra DNA, nei fiumi, nelle rocce, negli uccelli, nei nostri abiti tradizionali ricamati a mano, nella lingua dei nostri thobes, nei motivi tramandati da secoli.
Le case che i vostri agenti immobiliari vendono come “antiche case arabe” custodiranno sempre i nostri ricordi.
Le antiche foto e dipinti non vi conterranno mai.
Non conoscerete mai il significato di essere amati da chi non ha nulla da guadagnare da voi.
Non riuscirete a cancellarci, per quanto ci uccidiate, tutto il giorno, ogni giorno.
Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava di poter rimuovere. Siamo il suolo stesso. Siamo i suoi fiumi, i suoi alberi, le sue storie.
Un giorno, la vostra impunità e arroganza finiranno.
La Palestina sarà libera.
Verrà restaurata alla sua gloria pluralista, multietnica e multireligiosa.
Ricostruiremo i treni da Il Cairo a Gaza, da Gerusalemme a Haifa, da Tripoli a Beirut, da Damasco a Amman, fino a Sanaa.
Metteremo fine alla macchina da guerra americana-sionista, basata su dominio, estrazione, inquinamento e saccheggio.
E voi, o ve ne andrete, o imparerete a convivere da uguali con gli altri."
Susan Abulhawa






