henrique-pizzolatoModena – I governi del Brasile e dell’Italia stanno facendo riunioni per trattare il destino dell’ex direttore del Banco do Brasil Henrique Pizzolato, condannato per il coinvolgimento nel “mensalão” e, a Roma, nessuno nasconde che la decisione sull’estradizione sarà presa in base ad interessi politici.

Fonti del governo del primo ministro Matteo Renzi confermano la notizia che, ancor prima che la Corte di Cassazione desse il segnale verde per l’estradizione del brasiliano, i due governi avevano moltiplicato gli incontri per trattare dell’argomento.

L’ex direttore di Marketing del Banco do Brasil, Pizzolato è stato condannato a 12 anni e sette mesi di carcere. Ma, un anno e cinque mesi fa, è fuggito dal Paese con un passaporto falso e ha dichiarato di confidare nella giustizia italiana perché, diversamente dalla giustizia brasiliana, non avrebbe fatto un processo politico nei suoi confronti. In prima istanza, la Corte di Bologna ha negato la sua estradizione, con la motivazione che le prigioni brasiliane non hanno le condizioni per riceverlo. Giovedì però, la Corte di cassazione ha cambiato la decisione, autorizzando l’estradizione e arrestando Pizzolato.
Adesso è il governo italiano che avrà l’ultima parola sul caso e deve comunicare il suo parere entro 45 giorni. Ma Roma, che già si era preparata per la decisione favorevole della Corte per l’estradizione, ha esaminato il trasferimento del condannato in Brasile alla luce della relazione tra i due paesi e prendendo in considerazione diversi punti di interesse, inclusa la situazione di Cesare Battisti, ex attivista italiano che ha ottenuto asilo nel Paese.
L’Italia spera che una eventuale consegna di Pizzolato significherà l’apertura di importanti spazi per i negoziati e gli interessi politici del paese. Riunioni di rappresentanti di Brasilia sono stati realizzati in diversi ministeri italiani, principalmente nella cancelleria e nel Ministero di Giustizia. Gli incontri, secondo fonti italiane, sono serviti perché la posizione di ognuno fosse ascoltata e perché il Brasile avesse l’occasione di spiegare il motivo per il quale ritiene che Pizzolato debba ritornare.
Il Brasile ritiene ci siano due possibili scenari: se l’Italia opta per privilegiare le relazioni bilaterali, la sentenza sarà in difesa dell’estradizione. Se il governo seguirà la norma che gli italiani non vengono estradati, Pizzolato resterà nel Paese. Funzionari di alto livello, del governo Renzi avrebbero già fatto capire che all’interno del Ministero di Giustizia c’è la tendenza a optare per la prima opzione. Ma, secondo fonti del governo italiano, Orlando non agirà da solo e il destino di Pizzolato sarà “una decisione di Stato”. Nelle ultime settimane, diversi ministeri si sono riuniti e il caso è arrivato fino alla presidenza del paese per un parere.
Il Ministero della Giustizia italiano riconosce che il caso non sarà una “decisione individuale”.
Dal commercio marittimo al settore delle telecomunicazioni, investimenti e protezione di interessi italiani, diplomatici italiani ammettono che la lista sul tavolo di Roma è lunga. L’ambasciata del Brasile in Roma, contattata, si è rifiutata di fare qualsiasi tipo di commento ufficiale sull’argomento.
I discorsi non si limitano all’Esecutivo. Nel Parlamento italiano, il tema è anche oggetto di riunioni. “Questa è l’ora di fare pressione” ha dichiarato la deputata brasiliana nel Parlamento italiano Renata Bueno. “L’Italia sarà coerente con la sua posizione”, ha insistito. Lei ha distribuito documenti e informazioni a diversi ministeri e parlamentari per difendere l’estradizione di Pizzolato. La prossima settimana, tenterà di parlare con lo stesso primo ministro, Matteo Renzi, del caso.

Battisti
Fonti in Italia e in Brasile, intanto, riconoscono anche che, a partire da adesso, entra in gioco la decisione dell’ex ministro della Giustizia, Tarso Genro, di non estradare Cesare Battisti, nel 2010, condannato in Italia per assassinio. Eduardo Pelella, capo gabinetto della Procura Generale della Repubblica, riconosce che il caso Battisti “può” pesare.
Da parte italiana, sempre nella condizione di anonimato, rappresentanti di Renzi hanno indicato la notizia che “non si può ignorare” la decisione brasiliana su Battisti. Famiglie delle vittime del terrorismo in Italia si sono già mobilitate per fare pressione per lo “scambio” e hanno evidenziato che Pizzolato può essere una “opportunità” per togliere il Brasile da una posizione di immobilismo.

Pubblicato il 15/2/2015
Jamil Chade
Agenzia di Stato

 

INTERVISTA A HENRIQUE PIZOLATTO, SINDACALISTA BRASILIANO, RIFUGIATO IN ITALIA

Roma, gennaio 2015, Agenzia Brasil de fato (SP)

Agência Brasildefato (BDF): La stampa borghese brasiliana l’ha accusata di essere responsabile di una truffa in qualità di dirigente del Banco do Brasil (nell’ambito del processo del mensalão, come è stato chiamato lo scandalo che ha coinvolto alcuni dei più alti dirigenti del Pt, accusati di aver organizzato pagamenti mensili allo scopo di assicurare il voto di deputati a favore del governo Lula, ndt). Ma pochi conoscono il suo percorso di militanza sociale. Che tipo di impegno ha svolto negli ultimi anni?
Ho lavorato per più di 30 anni al Banco do Brasil, senza che sia mai stata riscontrata la minima irregolarità. Nel corso della mia vita, tra molte altre cose, ho partecipato alla lotta contro la dittatura militare, sono stato dirigente e per due volte presidente della CUT (Centrale Unica dei Lavoratori) e ho fatto parte del PT (Partito dei lavoratori), da cui sono stato anche candidato alla carica di governatore del Paraná. Ma ho militato anche nella Pastorale Operaia, nella Pastorale della Terra, nelle Pastorali Sociali e sono stato coordinatore nazionale, insieme a Betinho e a dom Mauro Morelli, della Campagna nazionale contro la Fame (Fome Zero), la Miseria e la Disoccupazione.

BDF: Di cosa è stato accusato dal Supremo Tribunale Federale? E come spiega tali accuse?
Sono stato accusato di peculato, corruzione passiva e riciclaggio di denaro. Sono accuse completamente infondate, per diversi motivi. Il mio caso è molto simile a quello di Enzo Tortora, in Italia: una grande ingiustizia, trasformata in spettacolo mediatico con la complicità dell’organo giudiziario.
- Il peculato è un crimine riguardante i funzionari pubblici e io non sono mai stato un funzionario pubblico. Sono stato funzionario vincitore di concorso, con un contratto di lavoro privato, in un’impresa a economia mista, il Banco do Brasil.
- Il peculato esiste solo nel caso di risorse pubbliche. Io sono stato accusato di sviare risorse che provenivano da un’impresa privata (VISANET, controllata dalla VISA internazionale) e che erano quindi denaro privato.
- Le decisioni, nel Banco do Brasil, erano assunte da comitati composti da un minimo di 8 funzionari, il che esclude che io abbia adottato una qualsivoglia decisione da solo.
- Il Banco do Brasil ha nominato un amministratore responsabile rispetto alla VISANET. Tutti i documenti relativi alle risorse della VISANET sono stati firmati da questo amministratore. Non esiste alcun documento o atto firmato da me per la VISANET
- L’indagine realizzata dalla polizia federale su richiesta del Ministro Relatore, Joaquim Barbosa, dimostra che io non ero responsabile delle risorse della VISANET. Il responsabile era l'amministratore del Banco insieme alla VISANET: Léo Batista dos Santos (non iscritto al PT);
- Sono stato l’unico funzionario del Banco do Brasil a essere denunciato. Nessun altro lo è stato, tra tutti i funzionari che, secondo il Lodo della Polizia federale, erano i responsabili del Banco do Brasil rispetto alla VISANET e tra tutti gli altri dirigenti del Banco do Brasil (presidente, vice-presidenti, 28 direttori).
- Sono stato denunciato perché ero l’unico direttore del Banco do Brasil iscritto al PT e perché la mia storia di lotta nel movimento sindacale è legata strettamente a quella del presidente Lula, il vero bersaglio di tutta la trama politica del “mensalão”.
- Il Banco do Brasil e la VISANET hanno informato il Ministro Relatore Joaquim Barbaosa, negli atti del processo, che non era stata rilevata la mancanza di un solo centesimo nei loro conti e che le risorse della VISANET erano state utilizzate esattamente come previsto nei regolamenti del Banco e della VISANET;
- Non essendoci stata alcuna distrazione di denaro, le accuse di corruzione passiva e di riciclaggio sono totalmente ingiustificate. Il crimine di corruzione presuppone uno scambio, ma io non avevo il potere neanche di sollecitare che la VISANET effettuasse pagamenti, né di promettere/garantire che la VISANET avrebbe pagato.
- Secondo le denunce, io avrei mandato un fattorino a ritirare 320.000 reais in un’agenzia bancaria. Ma io non ho mai saputo che il fattorino avesse ritirato denaro, perché quel che mi era stato chiesto è che il fattorino andasse a ritirare materiale pubblicitario da consegnare poi al PT, il che è stato fatto. Né io né il fattorino sapevamo o siamo stati informati che si trattava di denaro.
- L’Agenzia delle Entrate ha informato il Ministro Relatore e il Pubblico Ministero che tutti i miei beni derivavano dai miei stipendi, debitamente documentati, e che non era stata riscontrata alcuna irregolarità nel mio patrimonio e nei redditi percepiti negli ultimi 20 anni.

BDF: Perché non ha avuto diritto alla difesa?
Perché sono stato giudicato da un tribunale incompetente, in un processo illegale, con un unico livello di giudizio. Non ho avuto diritto a un processo in un tribunale di prima istanza, come prevede la legge brasiliana. Sono stato giudicato direttamente dal Supremo Tribunale Federale, tribunale competente a giudicare solo chi sta esercitando un mandato o svolge un incarico politico, che non era il mio caso. La Costituzione brasiliana prevede per ogni cittadino il diritto al ricorso, diritto che mi è stato negato.
E in più sono stati nascosti documenti che dimostravano la mia innocenza tra le carte di un altro processo i cui materiali sono stati secretati.

BDF: Perché è venuto a vivere in Italia?
È stato un gesto disperato per salvarmi la vita! Sapevo infatti che l’obiettivo di chi mi ha ingiustamente condannato era farmi morire nelle carceri brasiliane, come è assai comune in Brasile, occultando in tal modo tutte le trame e le cospirazioni che hanno portato al processo del “mensalão”. Tra gli esponenti del PT condannati, io sono quello che ha ricevuto la pena maggiore (e non facevo neanche parte della direzione del PT, né ricoprivo un incarico politico). Il fatto che io sia ancora vivo rappresenterà sempre una minaccia: il pericolo che la questione possa riaprirsi e la verità venire a galla.
Sono venuto in Italia perché sono cittadino italiano. E sono venuto in Italia come ultima possibilità di ristabilire la giustizia e la verità in un processo giusto, in cui l’organo giudiziario sia indipendente e non ostaggio di contrattazioni né di grandi gruppi mediatici e il giudizio possa essere imparziale, basato su prove e documenti, non sui sondaggi di opinione.

BDF: Si considera un rifugiato politico?
Sì, mi considero un rifugiato politico, una vittima di accordi politici illeciti, di un tentativo di colpo di Stato contro il governo del primo operaio eletto presidente nella storia del Brasile. Di un processo illegale, ingiusto, menzognero e spettacolarizzato, in cui la giustizia è stata messa da parte e tutto si è trasformato in uno show ad uso e consumo dei media.
Sì, sono un rifugiato politico, perché sono stato condannato per il fatto che appartengo al PT e al sindacato, in un processo politico, in cui le prove che dimostravano la mia innocenza sono state messe da parte e nascoste.

BDF: Che si aspetta dalla giustizia italiana?
Spero che la giustizia italiana non permetta che questa farsa vada avanti. Spero che le prove e i documenti siano esaminati in maniera che la verità e la giustizia vengano ristabilite, in nome della difesa dei diritti umani, contro la prepotenza, l’arroganza, la violenza e la brutalità dei potenti.

BDF: Cosa si attende dai movimenti sociali italiani e dalle organizzazioni dei diritti umani?
Spero che, venendo a conoscenza dei fatti (così come realmente sono avvenuti), reagiscano, come storicamente hanno reagito di fronte alle menzogne, alle ingiustizie, alla prepotenza, alle violazioni dei diritti umani, aiutandoci a ristabilire la verità e la giustizia, lottando con tutti i mezzi con cui storicamente hanno sostenuto le lotte dei deboli, dei lavoratori, degli oppressi e delle vittime di ingiustizie.

BDF: Chi in Brasile potrebbe testimoniare a suo favore? Non sarebbe il caso che la giustizia italiana potesse ascoltarli?
Potrebbero testimoniare a mio favore, in Brasile, leader sindacali, dirigenti dei movimenti sociali e popolari, uomini di chiesa, colleghi di più di 30 anni di lavoro al Banco do Brasil, politici, avvocati, giuristi e giornalisti che hanno denunciato le menzogne e la farsa della mia condanna nel processo del “mensalão”.

BDF: Con cosa vive, ora, e che pensa di fare in futuro, qui in Italia?
Oggi vivo umilmente in Italia con una piccola pensione privata i cui contributi ho pagato personalmente durante 32 anni di lavoro. Posso contare anche sull’aiuto di parenti che mi sostengono nei momenti di emergenza. Non appena sarò libero da questa persecuzione e da tutto questo tormento, ho intenzione, qui in Italia, di dedicarmi al volontariato. È quello che ho sempre fatto durante la mia vita. Penso di poter essere utile e di recuperare la pace, di tornare ad essere felice e di restituire un po’ di tutto quello che ho sempre ricevuto da chi lotta per la giustizia e per la difesa dei diritti dei più deboli.

 

LETTERA AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA ANDREA ORLANDO

 

Cari amici/amiche dell’Italia

Voi state certamente seguendo il processo politico che la Giustizia brasiliana sta muovendo al cittadino italo-brasiliano Henrique Pizzolato per estradarlo dall’Italia al Brasile.
Pizzolato è stato vittima di un processo politico che aveva l’intenzione di mettere sotto accusa i politici brasiliani. Tuttavia, noi dei movimenti sociali brasiliani siamo testimoni che il processo non ha garantito la libertà di difesa e che Pizzolato non ha commesso nessun crimine. Pizzolato è stato dirigente sindacale dei Bancari e presidente della CUT dello stato del Parana. E tutte le sue decisioni al Banco do Brasil erano assunte collegialmente, cosa della quale il potere giudiziario non ha mai voluto prendere atto. Pertanto è stata una ingiustizia la condanna a 12 anni di prigione in Brasile. E per questo riteniamo giusta la sua decisione di vivere in Italia.
In ottobre la giustizia italiana ha permesso che lui restasse, ma l’11 febbraio, alla Corte di appello di Roma, il potere giudiziario ha ottenuto la revoca della decisione precedente e il mandato di espulsione. E Pizzolato è stato nuovamente arrestato.
Ora solo il Ministro della Giustizia italiano può decidere e ha solo 20 giorni per fare questo, deve farlo entro il 3 marzo.
(Guardate l’annesso appello di Pizzolato).
Per questo, dal Brasile, chiediamo che scriviate al Ministro della Giustizia italiano manifestandovi a favore della permanenza di Pizzolato in Italia e se il potere giudiziario italiano ha dubbi sul processo che lo faccia di nuovo in Italia.


SCRIVETE

Al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando
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OGGETTO: Processo di estradizione del cittadino italo/brasiliano Henrique Pizzolato
La solidarietà è la più bella qualità dell’essere umano


I Movimenti Sociali del Brasile

 

HENRIQUE PIZZOLATO
L’ITALIA CONSENTIRÀ L’INGIUSTIZIA?

Henrique Pizzolato, cittadino italo-brasiliano, è nuovamente in carcere nella Casa Circondariale di Modena, poichè la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Appello di Bologna, accogliendo così la richiesta di estradizione da parte del governo brasiliano.

E’ molto difficile comprendere le ragioni che hanno portato la Suprema Corte italiana a prendere questa decisione, in quanto il trattato di estradizione italo-brasiliano prevede che l’estradizione non debba essere concessa nel caso in cui la condanna pronunciata dallo Stato richiedente sia stata emessa in violazione dei diritti di difesa e quando vi sia fondata ragione che la persona richiesta possa subire nelle carceri del Paese richiedente trattamenti inumani che violino i diritti fondamentali dell’uomo.

Henrique Pizzolato è stato coinvolto in processo politico e mediatico in Brasile, di tutto ingiusto, perchè le accuse attribuite a lui non sono supportate da documenti e prove e,
tra le altre irregolarità giudiziarie, perchè è stato processato da un solo Tribunale che non gli ha concesso il diritto di impugnare la sentenza, così il diritto al doppio grado di giudizio che garantisce qualsiasi imputato dall’errore giudiziario è stato violato.

Quanto alla situazione delle carceri brasiliane sono stati documentati, attraverso reports attuali di autorevoli organizzazioni internazionali (Amnesty International, HRW) di
autorevoli organismi internazionali (ONU, Corte Interamericana dei Diritti Umani) ed anche di istituzioni dello stesso Stato brasiliano, i trattamenti disumani e degradanti subiti dai
detenuti, ma soprattutto è stato documentato che lo Stato brasiliano non è in grado di garantire la sicurezza personale dei detenuti. La Pastorale carceraria brasiliana, organismo
legato alla Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB), particolarmente attiva nella tutela dei diritti dei detenuti, afferma che: “da nord a sud del paese brasiliano, i diritti iscritti nei trattati internazionali, nella costituzione federale e nelle norme sono sistematicamente violati per tutti gli detenuti, mentre le denunce di torture e maltrattamenti proliferano, finendo in sommosse e ribellioni”.

Le carceri brasiliane sono in mano ad organizzazioni criminali che non esitano ad uccidere detenuti che non cedono alle loro pretese estorsive.

pedrinhas
L’avvocato di Pizzolato ha manifestato stupore per questa decisione della Corte di Cassazione che ha ribaltato la sentenza della Corte d’Appello di Bologna, senza che
intervenissero fatti nuovi o cambiamento delle condizioni nelle carceri brasiliane.
La condizione di degrado e di insicurezza delle carceri brasiliane è nota anche ai politici italiani, tanto che è giacente nel nostro Parlamento un Disegno di Legge perché i
detenuti italiani nelle carceri brasiliane possano scontare la pena nel loro Paese d’origine, poi: “le condizioni umane e carcerarie dei nostri connazionali e dei detenuti di altre
nazionalità nelle carceri brasiliane sono intollerabili e offensive per la dignità dell’uomo.”

Il Brasile, al contrario dell'Itália, non emette sentenze di estradizione per cittadini brasiliani, pertanto non può offrire reciprocità, né rispettare il trattato di estradizione, nel
caso in cui l’Italia richieda l’estradizione di un brasiliano. Circa questo argomento, dell’inesistenza di reciprocità, il Ministro della Giustizia italiano, ha già negato al Brasile
l’estradizione di cittadino italo-brasiliano.

In Brasile, un cittadino italiano ha avuto garantito lo status di rifugiato politico dal Ministro della Giustizia brasiliano e l’estradizione venne negata all’Italia, con l’argomentazione che, nel paese italiano, i suoi diritti erano stati violati nel processo e la sua vita sarebbe in rischio nei carceri italiani.

In Italia, nel caso di un cittadino olandese, richiesta l’estradizione dal Brasile, la Corte di Cassazione (ottobre 2013) ha affermato che “la inaccetabile condizione di
sovraffolamento (nelle carceri italiane) che ha dato causa ai recenti rilievi mossi dalla Corte EDU non sembra sia lontanamente comparabile con quella di grave offesa alla dignità
umana che emerge dai rapporti degli organismi internazionali a proposito della situazione del Brasile”; è appunto una “scelta di fatto” quella (del Brasile) di conoscere lo stato di
degrado in cui versano da tempo le carceri di quel Paese (Brasile) senza approntare le misure (edilizie, igieniche, sanitarie, educative, di polizia interna) idonee a garantire i detenuti. 

Il Giudice brasiliano dichiara che i detenuti che non appartengono, al momento del loro ingresso in carcere, a nessuna gang sono costretti, in ciò spinti dagli stessi agenti carcerari, ad aderire ad una gang. Appena entrati i detenuti ricevono immediatamente ordini per procurarsi i soldi, telefonini e droga, chiedendo aiuto ai familiari.

Se non ottemperano a tali ordini vanno incontro a punizioni severissime, come il video che mostra l’agonia di un uomo con la pelle separate dalla gamba e torturato a morte.

Le condizioni per ragguagliare il loro trattamento a minime esigenze di rispetto della dignità umana.”

Inspiegabilmente, nel ultimo 12 febbraio, la stessa Corte di Cassazione italiana ha deciso di inviare Pizzolato in questo carcere del Brasile.
Chi sa se è meglio per Pizzolato eseguire ciò che dice il proprio Ministro della Giustizia brasiliano, cioè: “preferirebbe morire piuttosto che scontare la pena per anni in un penitenziario brasiliano”.

Il futuro e la vita di Pizzolato sono, ora, nelle mani del Ministro della Giustizia italiano che prenderà una decisione nei prossimi giorni.

Speriamo che non sia la sentenza di morte.

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