sanita25 Marzo 2020.
Intervista sull’emergenza a Ugo Mattei - di Julia Page

L’emergenza Coronavirus ci ha sicuramente messo davanti ad uno scenario inedito. Tuttavia, la sua eccezionalità non sta tanto nella sua dimensione “emergenziale” - dispositivo, quello dello stato d’emergenza, ormai rodato da diversi anni in Occidente, tra terrorismo, terremoti ecc. - quanto piuttosto nel suo carattere sanitario. Questa peculiarità sembra aver fatto sì che l’asse del discorso si sia spostato tutto dal piano politico a quello scientifico,

con la conseguente assunzione, da parte delle istituzioni dell’industria tecnoscientifica - incarnate nell’OMS o nella Protezione Civile italiana - di un ruolo immediatamente politico. E l’eliminazione del dato politico dall’equazione, con uno schiacciamento sull’approccio scientifico, fa sì che i processi di individualizzazione della popolazione vengano sempre più esacerbati in chiave di “colpa” e responsabilità: un po’ come accade con il discorso ambientalista, il nemico non è più individuato verticalmente, ma orizzontalmente. E così, nemico è il runner, il vicino che non sta in casa, e - procedendo per analogia - chi non fa la raccolta differenziata. Il dominio della Scienza, poi, sembra aver esasperato anche un altro aspetto, che è quello che interessa il binomio Libertà/Sicurezza: se nell’ordine del discorso capitalistico tanto l’una quanto l’altra assumono il carattere di merce, l’emergenza Coronavirus sembra aver generato la situazione paradossale in cui tutti finiscono per prediligere la merce-sicurezza rispetto alla merce-libertà.

Quello che è certo, è che il virus non è stato la causa, bensì l’elemento di accelerazione di processi già in atto, dal disfacimento delle istituzioni sovranazionali - una su tutte l’Europa, e più in generale un ripensamento della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta - ai processi di individualizzazione delle soggettività. Ne abbiamo parlato con Ugo Mattei, docente di Diritto Internazionale presso l’Università di Torino.

In un contesto di “emergenza sanitaria”, come quello che stiamo attraversando adesso, che ruolo possono giocare istituzioni come l’OMS, sul piano internazionale, o come la Protezione Civile in Italia?

La vera novità di questa emergenza sta anche nel carattere globale dell’istituzione che ha dichiarato l’emergenza. Se dopo l’11 Settembre erano gli Stati Uniti a dichiarare lo stato d’emergenza e a rispondere attaccando l’Afghanistan, dopo l’emergenza terrorismo era stata la Francia, e in altre occasioni erano sempre stati, comunque, elementi statuali ad averlo fatto, questa volta la sovranità è di tipo globale. A dichiarare lo stato d’emergenza è stata, infatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un organismo (tra l’altro abbastanza marginale) delle Nazioni Unite, puramente tecnologico. L’OMS dichiara lo stato d’emergenza il 30 di gennaio; il giorno seguente in Italia viene emanata una delibera del Consiglio dei Ministri che accoglie la dichiarazione dell’emergenza, e quasi un mese dopo, il 24 febbraio, viene fuori il Decreto Legge che ha poi fondato tutti i seguenti Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Questa concatenazione di provvedimenti ha dato vita ad una vera e propria situazione di fatto, per cui chiunque avesse la possibilità di esercitare un potere normativo lo faceva, noncurante dei propri ambiti di azione. Basti pensare agli interventi dei governatori delle Regioni, o ai sindaci delle città che intervenivano dicendo, per esempio, che si poteva portare il cane a spasso solo entro 300 metri da casa. Insomma, l’ordine formale dal punto di vista giuridico è stato completamente perso di vista, e quando il diritto si sospende, normalmente, quello che prende il posto del diritto sono le situazioni di fatto, cioè le situazioni del “nudo potere”. Questa volta, però, il nudo potere si è comunque legittimato attraverso la Scienza.

Qui emergono due problemi molto grossi: il primo è che quando un problema viene configurato come problema scientifico, spostandosi dunque dal mondo della conoscenza al mondo della applicazione normativa, la Scienza propone soltanto soluzioni tecnologiche. La Scienza si manifesta concretamente nella tecnologia, saltando completamente la Politica, e mettendo quindi sostanzialmente al potere un’élite di tipo ingegneristico, portatrice di valori culturali propri della sua particolare tradizione.

Il secondo problema è che nel momento in cui la Scienza si sostituisce all’ordine giuridico formale, lo fa assumendo a sua volta caratteri normativi, perdendo il suo carattere plurale, tipico dell’epistemologia. Tutta l’epistemologia contemporanea, anche quella dei pensatori tutt’altro che sovversivi ma, anzi, liberali, ha sempre sostenuto che la scienza fa domande, non dà risposte. Che “il gioco scienza non ha mai fine”. La Scienza, in altre parole, fa delle proposte che vengono buttate nell’agone della discussione al fine di essere falsificate; c’è quindi una forte componente di dubbio nell’ipotesi scientifica. Quando invece alla Scienza viene dato un ruolo politico, c’è una verità scientifica che diventa la verità scientifica. E questo diventa pericolosissimo, perché non si distingue più la Scienza dalla religione o dal dogma. Questo passaggio finisce poi per concretarsi in posizioni giuridiche: in questi giorni, ad esempio, l’Agcom ha raccomandato che nella comunicazione venissero fornite solo informazioni scientificamente fondate. A questo punto, quindi, tutto quello che non è stato detto da quei quattro scienziati riconosciuti - come Burioni, Cattaneo e i vari epidemiologi degli ospedali che vengono intervistati un giorno sì e l’altro no - viene etichettato come fake news. Si tratta di un dispositivo autoritario estremamente pericoloso, perché l’esito sul lungo termine, con ripercussioni molto durature, di questi meccanismi è quello di trasformare il cittadino in paziente. Il cittadino, oggi, non è più visto, cioè, come parte attiva del corpo sovrano, ma come paziente; perché l’esercizio della forma politica è un esercizio che richiede la vicinanza, vicinanza relazionale, di corpi, tutta una serie di aspetti che vengono meno per via della possibilità del contagio.

È chiaro che questa situazione porterà anche a delle ristrutturazioni del Capitale: lo abbiamo già visto con le speculazioni in Borsa e una sempre maggiore centralità delle piattaforme online. Quali sono le possibili ripercussioni su uno scenario post-emergenza, anche per quanto riguarda le istituzioni liberali?

Ovviamente non si tratta di immaginare una grande cospirazione internazionale ordita da una combriccola di banchieri massoni che decidono cosa fare insieme al Generale della NATO. L’incoerenza e la disonestà di alcune decisioni prese negli scorsi giorni, come ad esempio quella di chiudere attività e negozi ma non la Borsa, si basano semplicemente sugli imperativi normali di funzionamento del capitalismo. Ci sono delle evidenti speculazioni che sono state messe in campo a fronte dell’emergenza, come le scommesse sui grandi ribassi globali della Borsa, speculazioni che pagheremo caro più avanti; e come diceva Naomi Klein in Disaster Capitalism, non si tratta di una grande conspiracy, ma piuttosto delle normali opportunità che derivano dal modello capitalistico attuale. È chiaro che anche queste epidemie siano il portato di disastri climatici e altre cose che andiamo dicendo da molto tempo, ma quando si verificano scatta subito un dispositivo di sussunzione che sposta sempre di più le ricchezze nelle mani degli stessi e che lascia sempre di più la gente in miseria.

A riguardo, c’è un altro punto estremamente importante: se, come dicevamo poco fa, la risposta della Scienza a fronte dell’emergenza è tecnologica, la tecnologia per antonomasia, oggi, è Internet. E Internet richiede investimenti infrastrutturali giganteschi, che vanno a favore di alcuni soggetti privati - Alphabet, Google, Facebook, Microsoft, per dirne alcuni - i quali, peraltro, attraverso un sistema di fondazioni, esercitano un reale controllo sulla società scientifica. Il buon Bill Gates ha sostanzialmente risanato il bilancio dell’OMS attraverso una delle sue fondazioni, e ogni anno immette circa 5 miliardi nei sistemi di salute pubblica, che sono disastrati in tutto il mondo. Ovviamente, lui come altri sono alcuni dei principali beneficiari di questo spostamento sulla frontiera tecnologica, perché chiaramente nel momento in cui non possiamo più vederci e dobbiamo restare in casa, dobbiamo utilizzare piattaforme e dispositivi di loro proprietà per parlarci. Tutto ciò su una rete costruita con enormi investimenti, ad opera di questi stessi soggetti privati, dati all’infrastruttura tecnologica del 5G.

Insomma, guardando ai problemi in modo sistemico, emerge un mosaico complesso che però mette in luce come siamo ormai giunti ad un punto molto avanzato - forse più avanzato di quanto non immaginassimo - del disfacimento delle istituzioni politiche liberali. Il modello Occidentale ha forse avuto con Obama l’ultimo prodotto di quella cultura che, in qualche modo, ha provato a ripristinare la vecchia struttura del capitalismo liberale, ma ne è stato completamente travolto. Oggi il modello di potere che troviamo in Cina, in Russia, in Turchia, negli Stati Uniti, in Brasile non è molto diverso: un modello che vede ovunque una fortissima concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo, nonché un’enorme commistione di interessi privati con l’esercizio del potere politico. Un modello istituzionale che Debord avrebbe definito “dello spettacolo integrato”, ovvero l’esito della fine del bipolarismo, che è, in fondo, il peggio dei due mondi. In più, oltre a questo, al disfacimento dello Stato sovrano corrisponde l’emergere di grandi blocchi di influenza a vocazione universale; forse quello a cui stiamo assistendo oggi è un nuovo bipolarismo, non più all’interno di soggetti statali, ma all’interno di network tecnologici.

Dopo questa emergenza assisteremo a una battuta di arresto della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta, e ci sarà un ritorno, con le dovute differenze rispetto al passato, degli Stati Sovrani?

L’Europa, a mio modo di vedere, non ha mai superato il suo status di povera semiperiferia. Non credo che, dato che in Europa siamo 500 milioni di persone più o meno ricche, l’Europa costituisca in alcun modo una potenza globale. L’Europa è stata sempre, a partire dal ’48 in avanti, una sorta di semiperiferia contesa, e dopo la caduta del muro di Berlino al claim dell’Unione Sovietica si è sostituito, in questa fase, quello della Cina. Ma l’Europa, in questo contesto, non conta assolutamente nulla. Credo che le decisioni Europee vengano prese sostanzialmente dalla NATO, e che l’Europa sia stata ancor più marginalizzata in seguito alla Brexit. Essendosi rinsaldato un forte asse atlantico fra Stati Uniti e Regno Unito, l’Europa è ormai un gruppetto di paesi con una postura fortemente egoistica. In più tutta una serie di stati del Nord, come avevamo visto benissimo rispetto alla crisi greca, hanno un atteggiamento fortemente razzista nei confronti dei paesi meridionali, e in questo contesto l’Italia, in particolare, è un target di conquista molto importante, perché è stata tradizionalmente competitiva rispetto agli interessi della Germania, essendo anche la nostra un’economia di esportazione. Insomma, L’Europa è un non player in questa cosa: a giocare sono da un lato la NATO, e dall’altra una specie di neonata asse fra Russia e Cina; l’Europa è un po’ terreno di conquista lì in mezzo. In più, immaginare una risposta europea a questa crisi è un’ipotesi assolutamente reazionaria: pensare di poter ricostruire le istituzioni giuridiche liberal-occidentali, che sono poi state la principale ragione del disastro capitalistico, è semplicemente un reazionario. Adesso bisogna cercare di capire come si possano immaginare nuovamente degli spazi della politica, e anche in tempi molto rapidi.

Questa crisi, insieme alle altre cose, ha messo in luce l’attualità del binomio Libertà/Sicurezza. In questa fase, sembra che siamo molto più disposti a rinunciare alla merce-libertà in nome della merce-sicurezza, che non viceversa. In che rapporto sono questi due elementi?

Sono molto d’accordo sull’inquadrare la libertà e la sicurezza come merci sul mercato del cittadino-consumatore. Da parecchio tempo ipotizzo che il declino della cittadinanza, di cui parlavamo anche prima, sia passato attraverso una fase che si colloca tra gli anni Cinquanta e tutti gli anni Settanta compresi, con la trasformazione del cittadino in consumatore. Il cittadino è cioè, poco per volta, diventato dapprima consumatore, dunque per definizione interessato soltanto a se stesso, e poi, con il nuovo millennio e la nascita del capitalismo della sorveglianza, addirittura merce. C’è stato quindi un passaggio da cittadino a consumatore a merce. Adesso credo ci sia stato un ulteriore passaggio, che è quello cittadino - consumatore - merce - paziente. Quindi, sostanzialmente, cos’è che interessa al cittadino divenuto paziente? Sopravvivere, campare. Quando ti mettono in un ospedale, e ti dicono “stai male”, fai qualunque cosa per stare al mondo, rinunciando a tutto. Però il punto è che si è creata l’alternativa tra “vivere” e “vivere liberi”. Se pensiamo anche alla retorica giacobina, o della rivoluzione americana - quindi di nuovo, non stiamo parlando di categorie del pensiero socialista, ma di categorie profondamente radicate in quello che ha poi generato il capitalismo - lo slogan era “live free or die”, vivi libero o muori. Se leggiamo le lettere scritte durante la resistenza dai partigiani condannati a morte, quasi tutti consideravano la “vita libera” come sinonimo di “vita”. Morire è meglio piuttosto che essere schiavi, e quindi erano disposti a sacrificare persino la loro giovane vita per poter essere politicamente liberi. Oggi invece questa visione è scomparsa, nel senso che hanno tutti una paura fottuta di morire, la gente è terrorizzata, e addirittura non sopporta nemmeno che qualcun altro possa contestare, che qualcuno possa anche dire “guarda che a me non va bene essere trasformato in un pollo da batteria”. Tutto questo è un passaggio secondo me di declino della soggettività, che ha come presupposto proprio il passaggio dall’essere consumatore all’essere merce, non più soggetto ma oggetto del gioco capitalistico.

Sul piano del diritto, il processo di individualizzazione della responsabilità soggettiva potrebbe incarnarsi in una tensione verso l’autogoverno dei singoli, piuttosto che sugli espliciti dispositivi di governo - normativi o repressivi? E come cambierà il diritto, alla fine di questa emergenza?

È la metafora della rana nella pentola: se metti una rana a nuotare in una pentola e accendi il fuoco sotto alla pentola, la rana piano piano si addormenta e muore bollita. Se tu prendi una pentola di acqua bollente e ci metti una rana viva, la rana reagisce e scappa. Uso questa metafora per dire che questo processo di individualizzazione è un processo che parte molto indietro, essendo l’esito della retorica fortemente individualizzante ed egotica della sovranità del consumatore (“io ho il potere di scegliere”) che ci rende tutti giovani, belli e soli. Certamente, in questa nuova fase l’individualizzazione ha fatto però un ulteriore passo avanti, che è quello della colpevolizzazione dell’individuo che cerca la socialità. La socialità non è più neanche qualcosa di utile o perlomeno accettabile, ma diventa essa stessa una colpa. E la colpa è un grandissimo dispositivo di governamentalità, nel senso foucaultiano del termine: basti pensare al debito, che è un meccanismo efficacissimo di governance perché basato sulla colpa. In tedesco, d’altra parte, debito si dice “shuld”, che vuol dire responsabilità e colpa.

La questione da capire adesso è, cui prodest?, cioè chi ci guadagna. Da un lato questa situazione giova a chi si trova al potere in questo momento: basta prendere un soggetto come Conte, debolissimo, lì quasi per caso, che si è trovato davanti l’occasione della vita. In questo momento il popolo, terrorizzato, si avvicina al manovratore, e difficilmente chi è al potere adesso verrà messo in discussione. D’altra parte, sul frontespizio del Leviatano di Hobbes, sotto il sovrano c’è la figura del medico della peste: perché comunque il Leviatano ti difende, e da cosa bisogna farsi difendere di più, se non dall’epidemia?

Dall’altro lato, tuttavia, il potere ha ora le sue radici in un meccanismo assolutamente massacrato. L’individualizzazione era funzionale alla mediazione, da parte del mercato, di rapporti che altrimenti non sarebbero potuti essere mercificati. Adesso, invece, gli altri grandi beneficiari di questa crisi sono tutti quei soggetti che si sono posizionati come avanguardia sulla rete: stiamo infatti assistendo a un grande spostamento del capitalismo online. Le relazioni capitalistiche che si sono svolte tradizionalmente offline, quindi nel mondo della corporeità, vengono brutalmente spostate online, anche e sopratutto per quanto riguarda il mondo della formazione, con le piattaforme che adesso hanno tutti i dati di tutti, le scuole che comprano e investono nella nuova tecnologia e nei computer per gli studenti, le sovvenzioni per la grande società che è nata Omnitel e TIM che fanno il 5G.

Quindi in questa fase chi ne sta guadagnando è, sì, il potere costituito, che comunque mantiene la sua simbologia, ma anche e soprattutto il potere reale, ovvero quello economico, che poi dà vita al potere costituito e che si sta ristrutturando, con dinamiche fortemente oligopolistiche e di prosecuzione della guerra fredda con altri mezzi. La potenziale valorizzazione della progressiva tecnologizzazione di sempre crescenti spazi di vita è gigantesca, e probabilmente vale molto di più del collasso economico. Dal punto di vista dello sviluppo capitalistico è forse meglio avere un miliardo e mezzo di persone ricche e sempre collegate, e lasciar crepare due miliardi di poveri.

L’impatto sul diritto, infine, è chiaro: se guardiamo al diritto nella sua storicità, come fenomeno sociale, vediamo che il diritto ha sempre sperimentato in frontiera, durante processi coloniali, le forme che vengono poi utilizzate nella madrepatria. Tutte le istituzioni giuridiche che utilizziamo oggi, sono state sperimentate nelle Americhe dal 1600 in poi, durante il saccheggio coloniale, perché la proprietà privata completamente libera, il contratto completamente libero, la responsabilità fondata unicamente sulla colpa non sarebbero potuti essere sperimentati nella madrepatria, perché le incrostazioni culturali - profondamente radicate nel feudalesimo, nello status, nel paternalismo - di fatto lo impedivano. Nelle colonie, invece, dove c’è la tabula rasa per dirla con Locke, questi sistemi potevano agilmente essere messi in piedi. La Costituzione Americana non a caso è la costituzione più antica del mondo, perché è la prima costituzione del Nuovo Mondo, in cui c’è la proprietà privata sacralizzata e tutta la struttura che poi ha fatto da innesto della struttura giuridica del capitalismo. Oggi questa cosa succede con Internet: la frontiera della produzione di capitale, da una decina d’anni a questa parte, si è spostata in rete. E in rete il diritto non esiste. La rete è il luogo delle relazioni di fatto. Se io non ho la password, non entro. Se io non mi adeguo a quel determinato programma, semplicemente vengo escluso. Non c’è nessuna mediazione giuridica sulla frontiera di internet. Accettiamo o para-accettiamo una serie di cose, dopodiché siamo alla mercé del più forte. Internet è cioè il mondo dei rapporti tecnologici di fatto. Il diritto prova ad incidere su Internet con quelle cose un po’ ridicole, come la privacy, che poi diventa solo mettere dei click su delle cose, e che adesso dà da mangiare a un sacco di avvocati ma che non serve assolutamente a nulla. Figurarsi se è possibile farsi spiegare “succintamente” come ha fatto l’algoritmo ad escluderti da una piattaforma o dall’altra, o a cancellare il tuo post. Siamo nel mondo dell’intelligenza artificiale, non lo saprebbe spiegare nemmeno quello che ha inventato l’algoritmo. Questo mondo di totale fattività, in cui il diritto è di fatto deriso, si trasferisce nel mondo della vita reale, cosicché Conte usa il D.P.C.M. che non è manco fonte del diritto primaria, l’Agcom - che non si sa bene chi sia - si permette di dire che esiste una sola verità scientifica e il sindaco di Moncalieri dice che non posso portare il cane oltre 400 m da casa mia. Queste relazioni puramente verticali, puramente di fatto, sono state completamente ripristinate ancora una volta, in modo ancor più radicale.

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