usaeuaFomentano guerre, foraggiano terroristi, negano diritti umani, devastano popoli e territori, eppure...

 

Le radici storiche dell'alleanza “scabrosa”

Ci si potrebbe domandare: perché mai l'imperialismo ha attaccato il centro del nazionalismo e della civiltà araba nel Levante e in Irak, grazie al “complotto” di Sykes-Picot ed invece ha dato tutto il suo appoggio all'unificazione della Penisola Araba sotto il comando della dinastia degli Al Saud?

Fu una formula di unificazione imposta con la forza conveniente a sottomettere a regioni in via di sviluppo al regime reazionario wahabita.
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Riad diventa il centro dell'opposizione contro l'unità del Medio Oriente, dell'unità sirio-egiziana, della rivoluzione in Yemen, del movimento di liberazione panarabo di Gamal Abdel Nasser.
Fu la monarchia Saudita ad incitare i nordamericani ad attaccare il regime di Abdel Nasser in Egitto nel 1967. Fu sempre l'Arabia Saudíta a manovrare per indebolire politicamente il movimento di liberazione della Palestina e chi ha combattuto ogni tentativo progressista e ogni progetto di resistenza nel mondo arabo, senza dimenticare l'appoggio al colpo di stato di Sadat in Egitto.

La Gran Bretagna prima e gli Stati Uniti poi, hanno visto nel carattere reazionario del regime saudita uno strumento strategico per raggiungere alcuni dei loro obiettivi fondamentali:
- controllare il centro spirituale dell'Islam e sfruttare questo per espandere lo spirito reazionario conforme alla visione religiosa israeliana
- controllare il petrolio saudita
- sabotare ogni movimento che avesse l'obiettivo dell'indipendenza e dello sviluppo della regione petrolifera
- utilizzare il regime saudita e i suoi eccellenti quadri finanziari per combattere il movimento di liberazione araba

Conformemente alla strategia imperialista e con il suo patrocinio, gli Al Saud hanno finanziato i movimenti religiosi reazionari, come i Fratelli Mussulmani e le reti di propaganda wahabite nel mondo arabo-islamico e tra le minoranze mussulmane nel mondo.
Sono riusciti a mobilitare il più grande esercito della storia per combattere l'Unione Sovietica in Afganistan negli anni '80 e a creare l'organizzazione Al Qaida e altri movimenti salafiti per utilizzarli laddove servisse all'Occidente, come nel caso della guerra per la disintegrazione della Yugoslavia.
Gli Al Saud furono al centro del complotto contro lo Stato iracheno. Lo spinsero a una lunga guerra contro l'Iran per poi abbandonarlo e in seguito incitarono il Kuwait e gli altri paesi del Golfo ad attaccarlo economicamente.
Poi hanno assediato l'Iraq, lo hanno occupato e distrutto. Si infiltrarono nella resistenza contro l'occupazione per disorientarla e impiantarvi le milizie wahabite. Provocarono una guerra settaria in un paese che sempre aveva goduto di un'armonia religiosa. Sono gli Al Saud i veri somministratori di Al Qaida e dell'Emirato Islamico in Iraq.

Già dal 2011 l'Arabia Saudita insieme al Qatar, alla Turchia e ai wahabiti del Golfo, stanno portando avanti un vero e proprio genocidio, settario e terrorista, contro lo Stato e la società siriana.
L'Arabia Saudita rifiuta costantemente ogni soluzione pacifica in Siria. Si è alleata a Israele, implicitamente ed esplicitamente, contro l'asse della Resistenza sotto il pretesto che la priorità è combattere il «pericolo iraniano»

Le forze saudite, battezzate «lo Scudo del Golfo» hanno represso il pacifico popolo del Bahrein già da 4 anni e reprimono gli sciiti della stessa penisola Arabica

In queste ultime settimane il regime sta portando avanti un attacco continuo contro il popolo yemenita per impedirgli di sottrarsi dalla tutela saudita. Si tratta di una operazione di portata storica che potrebbe invertire le equazioni geopolitiche nella Penisola Arabica.

E'il petrolio il vero lato nascosto del cosiddetto conflitto sciita-sunnita

Sebbene sia presentato dalla monarchia saudita come l'unica causa delle violenze in Medio Oriente, la frattura sunnita/sciita serve solo a mascherare la competizione per il controllo dei campi di petrolio o di gas, situati in gran parte nelle zone popolate dagli sciiti.

Basta sovrapporre le due carte – quella dei campi petroliferi in Medio Oriente e quelle delle popolazioni sciite – per rendersi conto che, laddove la maggioranza degli sciiti abitano in superficie, il petrolio si trova nel sottosuolo.

Osserviamo la carta delle zone dove vivono le popolazioni sciite:
map1

 E confrontiamola con quella dei campi petroliferi (in verde il petrolio in rosso il gas)

map2

La monarchia wahabita saudita si deve chiaramente confrontare con più di un problema:
I suoi pozzi e le riserve di petrolio si trovano “sotto ai piedi” delle minoranze sciite che popolano la costa della Penisola (25% della popolazione). Ora, invece di sentirsi nel loro paese come dei cittadini a pieno titolo, le minoranze sciite sono oggetto di continui sospetti che limitano i loro diritti, raggiungendo così la sorte riservata ai sunniti democratici, ugualmente repressi dalla monarchia.
Peggio ancora, dal momento che condividono spesso gli stessi riti religiosi della maggioranza degli iraniani, vengono sospettati di cospirazione con l'Iran, una potenza straniera, distante non più che qualche decina di chilometri, dall'altro lato del Golfo, e che aveva nel passato occupato senza colpo ferire e annesso al suo territorio tre isolotti del Golfo.

La distruzione, in Irak, del regime di Saddam Hussein e l'occupazione statunitense che ne è derivata hanno provocato un trasferimento di poteri dalle elites sunnite baathiste (i sunniti rappresentano il 30 % della popolazione irakena) alle elites sciite, fino a quel momento mantenute in uno status di secondo piano. E ciò ha rafforzato, di fatto, la sfera d'influenza dell'Iran verso ovest, sebbene le elites sciite irachene si considerino arabe e non condividano la concezione politica sulla quale si basa la Repubblica islamica (il loro grande ayatollah, Ali Sistani, rifiuta la visione platonica Komeinista...) Ciò non significa però che il petrolio irakeno non sia effettivamente passato da una sovranità baathista sunnita a una sovranità sciita sotto controllo nordamericano.

I Sauditi sostengono Daech così come hanno sostenuto Saddam Hussein

La monarchia saudita, dunque, era molto preoccupata di questo cambiamento.
Molte fonti affermano apertamente che è stata all'origine del rafforzamento dell'Organizzazione dello Stato Islamico (OSI) il cui acronimo in arabo è «Daech» che si proclama sunnita e il cui obiettivo e di abbattere il potere sciita in Irak.
La volontà saudita di perpetuare il controllo delle elites sunnite sul petrolio si era già manifestato nel suo sostegno – insieme alle potenze occidentali – a Saddam Hussein nella sua guerra contro l'Iran. Il sostegno attuale della monarchia saudita a Daech si inserisce nella continuità di quello fornito ieri alle elites sunnite irakiene.

E' chiaro che la monarchia saudita considera come una minaccia mortale l'arrivo o la persistenza di elites sciite al potere, sia sul piano esterno che di politica interna, in quanto le sue stesse popolazioni sciite potrebbero avanzare richieste di diritti, e persino la secessione di alcuni territori costieri del Golfo.

Nel marzo 2011 la monarchia non ha esitato a invadere militarmente l'isola di Bahrein per reprimere nel sangue i manifestanti della maggioranza sciita che rivendicavano i loro diritti e che si opponevano al potere dittatoriale del principe sunnita.

Su un altro fronte, la monarchia ha armato l'opposizione sunnita siriana al potere alauita di Bachar Al Assad, considerato un alleato dello sciismo iraniano. E nel marzo 2015, questa strategia l'ha condotta a un'operazione militare in Yemen contro i zaydisti yemeniti, che avevano conquistato la capitale, anch'essi presentati come sciiti anche se di un rito ben diverso da quello iraniano.
La monarchia saudita tenta di convincere i sunniti del mondo intero, e i neo-conservatori di ogni sorta – di combattere al suo fianco contro gli sciiti. Spesso le riesce e dei regimi così differenti come quello del maresciallo Sissi in Egitto e la monarchia marocchina, per esempio, l'hanno seguita nell'operazione Tempesta della fermezza in Yemen.

Gli sciiti libanesi, dal margine al centro della vita politica

Il Libano è, a questo proposito, un caso emblematico.
Una prima marginalizzazione degli sciiti è intervenuta nel XIV secolo con l'invasione dei mamelucchi «sunniti» del Libano, che li consideravano come degli «infedeli». Sotto l'Impero ottomano, le autorità religiose hanno in seguito fatto dei progrom contro lo sciismo con il pretesto delle guerre contro l'Iran safavide. Il mandato francese (1920) permise alla comunità sciita di essere riconosciuta ufficialmente in quanto tale (1926).

All'indipendenza, le elites cristiane e sunnite si spartiscono il potere escludendo gli sciiti. Già emarginati sul piano economico e sociale vengono anche politicamente esclusi. Gli viene attribuita la presidenza del Parlamento, posto puramente onorifico, e bisognerà attendere la guerra civile (1975-1989) affinché gli sciiti abbiano un posto nei negoziati che si concluderanno con una modifica della Costituzione libanese (accordi di Taef), nel quale ottengono una rappresentanza a parità con i sunniti e un peso più importante nel Parlamento nazionale.

Gli accordi di Taef (1989) stipulano che gli scanni parlamentari vengano ripartiti secondo le regole seguenti :
1. a parità tra cristiani e musulmani (sunniti e sciiti e non più solamente sunniti)
2. proporzionalmente tra le comunità delle due parti
3. proporzionalmente tra le regioni

Si può facilmente vedere che i conflitti non sono sul piano religioso ma vertono sempre intorno a questioni economiche-sociali-politiche.

Sicuramente, durante la guerra civile libanese, in Iran si è prodotto un avvenimento importante, nel 1979, ed è stata proclamata la Repubblica islamica sciita, e questo ha rafforzato il potere contrattuale degli sciiti libanesi.
Un'esperienza che fa crescere, a ragione o a torto, il timore del potere saudita.

 

 

a cura del C.I.R.C. Internazionale

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