siria603Una vittoria araba -

A cura del Centro di Informazione Ricerca e Cultura Internazionale – Roma

Il risultato delle elezioni presidenziali che si sono svolte in Siria all’inizio del mese di giugno, rappresenta una vittoria strategica non solo per Bashar al Assad.

Lo Stato e l’Esercito siriano, a questo punto, hanno ottenuto un chiaro mandato per proseguire nel cammino intrapreso per sconfiggere militarmente i gruppi armati e in termini politici generali hanno ottenuto l'approvazione della strategia utilizzata per contrastare i nemici interni ed esterni. Quello che però ha ancora maggior rilevanza sono le ripercussioni a livello di tutta la regione, anche perché un tale risultato si spiega solo come il culmine di un processo di trasformazione che ha avuto luogo in questi ultimi mesi in Medio Oriente e nel mondo.

Già di per sé il fatto che le elezioni si siano svolte rappresenta un gran risultato siriano, basta pensare che sia gli USA che i paesi occidentali avrebbero voluto impedirle temendo, come poi è successo, che nessun candidato dell’opposizione sarebbe stato in grado di sconfiggere Assad in un contesto di elezioni politiche.


L’esercito è riuscito a frustrare le offensive lanciate a partire dai paesi di frontiera ostili alla Siria, in modo particolare dalla Turchia, che avevano il fine di impedire la realizzazione delle elezioni.1


La partecipazione è andata al di là di qualsiasi aspettativa, compreso del Governo siriano, con 11.634,412 votanti ossia il 73,42% degli aventi diritto, nonostante molti siriani non abbiano potuto votare vivendo nelle zone controllate dai gruppi armati oppositori.
A questo proposito è interessante mettere in evidenza il risultato del voto dei rifugiati siriani in Libano e in Giordania, sia per il grande afflusso di votanti alle ambasciate, sia per la percentuale dei voti a favore di Assad.
Di fatto, la perdita del controllo di alcune aree del paese, non ha privato le autorità siriane del loro ruolo strategico in Medio Oriente, paradossalmente il voto massiccio dei rifugiati siriani in Libano e in Giordania hanno allargato l'influenza della Siria ad altre aree della regione.
Bashar al Assad ha ottenuto 10.319.723 voti, il che significa l’88,7% dei voti. L’oppositore moderato e impresario Hassan Abdulá al Nuri ha ottenuto 500.279 voti, cioè il 3,4%, mentre il parlamentare di sinistra Maher Abdel Hafiz Hayar ha ottenuto 372.301 voti, ossia il 2,3%.

 

I successi militari


I successi militari ottenuti dall'esercito siriano negli ultimi tempi sono stati sorprendenti. Riprendendo il controllo della zona di Qalamùn, un territorio montagnoso della provincia di Damasco, l'esercito ha chiuso il passaggio della frontiera libanese ai gruppi armati e ai rifornimenti che ottenevano da questa via. La liberazione di Homs, attraverso un accordo con i gruppi che occupavano la città, ha restituito al governo il controllo di una delle due principali città della Siria Il fatto ha un significato particolare in quanto Homs è stata denominata per molto tempo “capitale della rivoluzione” e poi perché rappresenta un passo indispensabile per poter riavere il controllo di tutta la zona centrale del paese.


I successi dell'esercito siriano sono andati di pari passo con l'estensione delle lotte intestine tra i gruppi armati del Fronte “al Nusra” e dello “Stato Islamico in Iraq e in Siria” nonostante i disperati appelli del leader di Al Qaida Aiman al Zawahiri. D'altra parte questo conflitto all'interno dell'opposizione armata, non è altro che il risultato dell'intromissione diretta di altri paesi come l'Arabia Saudita e la Giordania, che perseguono obiettivi diversi tra loro. La prima vorrebbe dimostrare che i suoi protetti del Fronte Islamico Wahabita e l'Esercito Siriano Libero sarebbero in grado di lottare contro Al Qaida. Pretesa assurda dal momento che il Fronte Al Nusra è stato un alleato della opposizione moderata in tutti i fronti e conta al suo interno con molti wahabiti.
Oramai è evidente che l'opposizione armata in Siria oggi è sotto il pieno controllo dei gruppi terroristi collegati a Al Qaida. Non ci sono moderati all'interno dell'opposizione armata, nonostante i tentativi degli Stati occidentali negli ultimi due anni di creare dei gruppi sotto la loro diretta influenza che avessero peso e forza all'interno dell'opposizione armata. Il comando all'interno della ribellione è in mano a gruppi come il Fronte Al Nusra o lo Stato Islamico in Iraq e in Siria, senza dimenticare le milizie del Fronte Islamico che sono indistinguibili nel campo di battaglia dalle due precedenti. L'esercito Siriano Libero è un gruppo debole e marginale e viene puntualmente sconfitto quando si scontra con le milizie islamiche molto più motivate.


Il Fronte Al Nusra mantiene attualmente una presenza dominante nel sud della Siria, cosa che preoccupa particolarmente la Giordania a tal punto da realizzare anche attacchi aerei per detenere la sua penetrazione all'interno del territorio giordano. Del resto la rivolta contro il regime siriano è scoppiata a Deraa, una città del sud della Siria vicina al confine con la Giordania, ed ha risvegliato gli appetiti di conquista delle fazioni jihadiste di base in Giordania, che precedentemente si erano ben moderate in seguito alle numerose perdite subite all’interno dei ranghi di al Qaida.
In questo momento le forze armate siriane hanno preso l'iniziativa nella maggior parte dei fronti e registrano notevoli successi, non ultimo il risultato di impedire il sabotaggio delle elezioni, affiancate da Hizb Allah e dalle brigate irachene di Abu al Fadl al Abbas. Molti giovani siriani ricevono un addestramento militare e si uniscono alle Forze di Difesa Nazionale o al recentemente creato Hizb Allah siriano.


Centinaia di nazionalisti arabi di tutta la regione hanno formato una loro milizia di volontari in Siria: la Guardia Nazionalista Araba (GNA), nata lo scorso anno quando c'era il pericolo di un attacco militare USA contro la Siria. Il GNA è stata creata nel maggio 2013 in seguito a vari attacchi israeliani contro la Siria da un gruppo di militanti del Campo della Gioventù Nazionalista Araba che hanno considerato di non poter restare neutrali di fronte a una battaglia per la sopravvivenza non solo della Siria ma della nazione araba in generale, per preservare la cultura del panarabismo che correva il rischio di essere definitivamente distrutta dall'ingerenza occidentale in Siria. Il Campo della Gioventù Nazionalista Araba è integrato da arabi di vari paesi che appartengono a movimenti e partiti panarabisti. Si costituì all'inizio della decade degli anni novanta e attualmente l'organizzazione si riunisce ogni anno in differenti paesi per discutere temi politici e sociali. Il GNA può contare su combattenti di diversi paesi, Palestina, Libano, Tunisia, Iraq, Egitto, Yemen e Siria. Cooperano strettamente con l'esercito siriano e operano nelle differenti aree della Siria, compreso Damasco, Deraa, Homs e Aleppo. Il GNA considera che le potenze occidentali, utilizzando i gruppi dell'islam politico, hanno orchestrato la cosiddetta “Primavera Araba” al fine di dividere il mondo arabo, di impossessarsi e sfruttare le sue ricchezze, di neo-colinazzare i suoi popoli e di indebolire i suoi eserciti per renderli incapaci di contrastare la politica di Israele. Considera anche che l'opposizione siriana ha tradito la causa palestinese cooperando con gli Stati Uniti e Israele nei loro intenti di distruggere la Siria passando attraverso la caduta di Assad.

 

L'Islam politico


Per molti politici occidentali, o per gli analisti dei maggiori media internazionali, la comparsa di movimenti politici che si richiamano all’Islam non è altro che il riflesso del ritardo culturale e politico di popoli incapaci di comprendere altra lingua, se non quella del loro oscurantismo atavico. Quello che tale tesi non vede, o meglio non vuole vedere, è che la nascita di questi movimenti è, in realtà, l’espressione di una rivolta violenta contro gli effetti distruttivi del liberismo, una rivolta contro un sistema che non ha nulla da offrire a questi popoli.
Prima di proseguire, c’è un punto che urge chiarire: i termini integralista e fondamentalista sono termini assolutamente erronei, utilizzati esclusivamente dall’Occidente. Nei Paesi arabi, nessuno li usa, perché il discorso islamico che cerca di fornire un’alternativa alla modernità capitalistica non ha alcun fondamento teologico, è meramente politico. È una manifestazione politica del sentimento religioso dei popoli musulmani. Per questo si tratta di islamismo politico e non di fondamentalismo o integralismo.
Più grave ancora: gli occidentali, ed in primo luogo gli Stati Uniti, hanno partecipato attivamente allo sviluppo e alla strumentalizzazione di questo islamismo.
L’Islam politico è prodotto del fallimento di due grandi correnti che furono molto attive nel Terzo Mondo, in particolare in Asia e Africa, per buona parte del XX° Secolo.
Da una parte, quella della borghesia liberale: si trattava di una borghesia modernista, non molto “democratica”, convinta che avrebbe potuto integrarsi nella globalizzazione capitalista, negoziando i termini di questa integrazione nell’ambito di una certa interdipendenza. Accarezzava l’illusione di non dover obbedire come semplice agente della colonizzazione. Non vi è riuscita. E ha dovuto sottomettersi alla volontà imperialista.


La seconda corrente è ciò che potremmo definire come «nazionalismo popolare», Questa corrente si opponeva all’imperialismo ed alla borghesia locale. Non era per forza socialista nel senso sovietico della parola, ma la sua ideologia aveva un forte contenuto sociale.


Durante il periodo di Bandung e del non allineamento (1955-1970-1975), alcuni paesi arabi erano collocati all'avanguardia delle lotte per la liberazione nazionale e il progresso sociale.
Questa corrente, si è manifestata attraverso il nasserismo in Egitto, il baathismo in Iraq e Siria, il regime di Boumediènne in Algeria, non erano democratici nel senso borghese occidentale del termine (si trattava di regimi a partito unico), e neppure nell'accezione del termine che implica il potere esercitato dalle classi popolari. Ma non per questo si possono dimenticare le realizzazioni importanti al loro attivo: uno sviluppo gigantesco dell'educazione che ha permesso una crescita della scolarizzazione di massa, della sanità, delle riforme agrarie, delle garanzie al lavoro, almeno per i diplomati di ogni livello. Associate a delle politiche di indipendenza anti-imperialista, queste realizzazioni hanno rappresentato la forza di questi regimi, a dispetto dell'ostilità permanente delle potenze imperialiste e delle aggressioni militari compiute con l'intermediazione di Israele.


Ma dopo essersi sviluppate in due decenni con mezzi e metodi propri, (che il più delle volte neanche prevedevano la partecipazione popolare) queste esperienze si sono indebolite, non sono fallite del tutto perché hanno generato grandi trasformazioni nelle società, ma non sono riuscite a completare la loro missione e l'ora della controffensiva dell'imperialismo è puntualmente arrivata. Per conservare il loro potere, le classi dirigenti hanno allora accettato di sottomettersi alle esigenze nuove del “neoliberalismo”: apertura ai capitali esteri incontrollata, privatizzazioni, ecc.
Di fatto, in qualche anno, tutto ciò che era stato conquistato è stato perduto: ritorno massiccio della disoccupazione e della povertà, ineguaglianze scandalose, corruzione, abbandono internazionale della dignità e sottomissione alle esigenze di Washington e di Israele. In risposta all'erosione rapida della loro legittimità, i regimi hanno risposto scivolando sempre più nelle pratiche della repressione poliziesca con il pieno sostegno di Washington. Il ritorno dei regimi arabi al neoliberismo e la sottomissione a Washington è stata totale e brutale in Egitto, più lenta e misurata in Algeria e in Siria.2


Tornando alle ragioni della nascita dell'Islam politico, bisogna considerare il vuoto che si è creato in seguito all'esaurimento di quelle due correnti concomitanti e successive e a volte antagoniste: è stato un grande vuoto che l’islamismo politico non ha tardato a riempire.
Non si può dire che gli Stati arabi diretti dalla borghesia liberale o anche quelli diretti dal nazionalismo popolare, fossero degli Stati laici. L’Islam figurava infatti nella Costituzione come religione di Stato, ma i governanti lo separavano dalla politica. Quando i loro rispettivi progetti sono collassati, l’islamismo si è preso la rivincita. Ha manipolato in modo abbastanza grossolano il sentimento religioso di ampi strati della popolazione e ha iniziato ad acquisire un sempre maggiore consenso.


Questo fenomeno si è acutizzato negli ultimi venti anni, con l’irruzione brutale del neoliberismo, che ha messo fine a tutti i benefici che gli strati popolari e la “borghesia” avevano potuto trarre da i regimi nazionalisti popolari.


Queste sono le ragioni «interne» della nascita dell’islamismo politico nei Paesi arabi e musulmani. Ma non bisogna sottovalutare il ruolo che ha giocato l’intervento esterno.
Questo successo, infatti, sarebbe stato molto difficile se non avesse coinciso perfettamente con gli interessi e i piani dei paesi del Golfo, di Washington e di Israele tre alleati che hanno condiviso interessi e preoccupazioni.


Fin dalla sua nascita, l’islamismo politico si è inquadrato perfettamente nel piano di egemonia statunitense. Non metteva in questione il capitalismo, così come oggi non mette in questione il neoliberismo. Nel suo discorso non critica la globalizzazione economica, attacca solo quella culturale. Non analizza le contraddizioni sociali né cerca di lottare contro di esse. Rinchiude la gente in una sorta di comunitarismo basato sulla sottomissione e la passività.
Appena hanno avuto la percezione dei vantaggi che avrebbero potuto trarre da questo genere di islamismo, gli Stati Uniti sono entrati nel gioco.

Ancora una volta bisogna tornare alla storia. Nel 1955 si è celebrata la Conferenza di Bandung, un avvenimento importantissimo, che affermava la solidarietà antimperialista dei popoli di Asia ed Africa e provocato il panico a Washington. Tre anni dopo fu creato il Congresso Islamico Mondiale creato dall’Arabia Saudita e dal Pakistan che hanno finanziato il tutto.

Ma dietro ad essi vi erano gli Stati Uniti con l’obiettivo di rompere l’unità e la solidarietà asiatico – africana…
Negli ultimi decenni, l’Occidente in generale ed essenzialmente gli Stati Uniti, hanno appoggiato questo “islamismo”. Hanno mosso milioni di dollari per farlo. Grazie all’aiuto degli Stati Uniti, dei loro alleati in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, l’islamismo politico ha potuto dotarsi di scuole e di centri medici e di assistenza ai più sfavoriti, il che gli ha permesso di disporre di una vasta base sociale. Negli ultimi decenni gli Stati Uniti hanno appoggiato finanziariamente, anche se attraverso Arabia Saudita ed Emirati, migliaia di “islamismi”. Li ha protetti sotto l’aspetto diplomatico e politico. Li ha addestrati militarmente. Li ha organizzati. Li ha formati per essere terroristi. Ovviamente, non per essere terroristi contro gli Stati Uniti, ma contro i paesi arabi antimperialisti e anche contro i regimi moderati che cercano di mantenere una certa indipendenza. L’obiettivo è quello di indebolire ed obbligare a piegarsi ancora di più ai voleri degli Stati Uniti. 3

 

Il piano imperialista per la Siria

Gli Stati Uniti, inizialmente entusiasmati dalle rivolte che hanno scatenato i movimenti e partiti di opposizione in differenti Stati arabi, in seguito ai sorprendenti sviluppi che ci sono stati in Tunisia e in Egitto hanno subito appreso la lezione e hanno deciso di cavalcare il movimento di protesta introducendo gruppi armati che prendessero l'iniziativa di aggredire l'apparato dello Stato, auto proclamandosi “armata di liberazione”e chiedendo immediatamente il sostegno della Nato.

Questa strategia è stata collaudata con successo in Libia. Il risultato non è stato ovviamente l'instaurazione della “democrazia” ma la disintegrazione del paese, ceduto ai signori della guerra, per lo più islamisti amici di Al Qaeda. Il modello Somalia è quello che ha ispirato questa strategia. Ed è la stessa strategia poi messa in atto in Siria, con l'introduzione di gruppi armati infiltrati, a partire dalla Giordania, da Tripoli (base dell'islam sunnita radicale in Libano) e dalla Turchia. Potenza importante della Nato, la Turchia partecipa in prima linea al piano di destabilizzazione della Siria: i campi cosiddetti dei “rifugiati” nell'Hatay sono in realtà dei campi di addestramento di mercenari reclutati nei gruppi terroristi (talebani e altri), finanziati dall'Arabia saudita e dal Qatar.
Bisognerebbe essere molto ingenui per sorprendersi ancora del silenzio assordante e dell'ormai abituale strategia dei “due pesi e due misure” sul reclutamento dei terroristi, sui proclami di questi “liberatori” (“passeremo sul corpo degli alawiti, dei Drusi e dei cristiani”), del silenzio concernente il regime di Ryad e di Doha, promossi, tra i “difensori della democrazia”, del silenzio sul massacro dei manifestanti in Barhein perpetrato dall'armata saudita, del silenzio sull'introduzione di Al Qaeda nello Yemen destinato a far fronte ad un possibile ritorno della sinistra sud-yemenita..
Oramai è assodato che il “terrorismo” è imperdonabile a volte, benvenuto quando serve.


Questa strategia del caos programmato è peraltro formulata col più grande cinismo dalle autorità di Washington.
Ma anche da quelle europee. Si pensi in particolare alle recenti e minacciose dichiarazioni del Presidente francese Francois Hollande, in una prima reazione all'arresto del presunto autore della strage di Bruxelles, un francese jihadista di 29 anni. "Voglio rendere omaggio ai doganieri - ha detto Hollande - ai poliziotti, per aver consentito questo arresto. Abbiamo la volontà di perseguire questi jihadisti e di evitare che possano nuocere e di evitare un loro ritorno a una guerra che non è la loro e non è la nostra. Li combatteremo, li combatteremo e li combatteremo".
Mehdi Nemmouche, il francese armato di kalashnikov e di pistola arrestato a Marsiglia per la strage del museo ebraico di Bruxelles, che sarebbe stato in Siria nel 2013 con dei jihadisti, è originario di Roubaix, nel nord della Francia. Era stato schedato come seguace della jihad islamica in Siria dai servizi interni francesi (DGSI).
Nella guerra alla Siria, la Francia è in prima linea ad appoggiare e tentare di controllare i gruppi armati che eleva a combattenti per la libertà e la democrazia ( là: li sosteniamo!) In Francia si trasformano in terroristi (li combatteremo!)
D'altra parte la Francia aveva instaurato, insieme alla Gran Bretagna, un protettorato nella regione Siria-Libano in seguito agli accordi di Syke-Picot e fu espulsa dalla Siria solo dal 1945 . Così come fu infine costretta ad accettare l'indipendenza dell'Algeria soltanto nel 1962. La Francia ha sempre conservato una certa nostalgia del suo dominio nel Maghreb, in Libano e Siria anche incoraggiata da alcune componenti delle classi dominanti locali di quelle regioni. Adesso però, in seguito ai rovesci dei gruppi “terroristi” in Siria, insieme agli altri paesi europei, comincia a manifestare una certa preoccupazione per il fenomeno dei “jihadisti di ritorno”. Secondo alcune stime sarebbero tra i 1500 e i 3000 i jihadisti europei attualmente in Siria mentre, secondo il Centro Internazionale per gli Studi sulla Radicalizzazione (ICSR), ne sarebbero passati più di 11000 dall’inizio del conflitto. Il Belgio è, in proporzione, il paese da cui sono partiti il maggior numero di combattenti radicali, seguito da Francia, Gran Bretagna, Germania, Danimarca e Olanda.
Sul piano politico la Francia in particolare e l'Europa in generale, si comportano nel mondo arabo e in quello subsahariano come appoggio complementare, con una certa autonomia, alla strategia imperialista nordamericana.


Rimane il fatto che la distruzione della Siria costituisce l'obbiettivo di tre principali partners : Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita che hanno mobilitato a questo fine i Fratelli Mussulmani.4
La loro eventuale vittoria – con o senza l'intervento militare straniero – produrrebbe lo sfacelo del paese e il massacro degli alawiti, dei drusi e dei cristiani. Ma poco importa. L'obbiettivo di Washington non è certo quello di liberare la Siria dal suo “dittatore”, ma di distruggere il paese come è successo in Iraq.


C'è stato un momento critico in cui, questa strategia criminale stava per ricorrere ai “bombardamenti umanitari” modello Libia, utilizzando il “solito” pretesto del presunto uso di armi chimiche da parte dell'esercito siriano, secondo il collaudato modello utilizzato per scatenare con copertura ONU la guerra in Iraq.
Il veto opposto da Russia e Cina ha reso più difficile in questo caso scatenare l'intervento diretto, anche perché il governo di Damasco, non equiparabile a quello di Saddam Hussein, ha a sua volta sviluppato una risposta politica che includeva l'accettazione delle ispezioni e soprattutto il dialogo politico interno e la consultazione popolare. Parallelamente, sul piano militare, ha individuato ed ha agito sui focolai di intervento maggiore alimentati dall'esterno.

L'aggravante della laicità

La Siria è l’ultimo Stato arabo laico. Le minoranze religiose godono dei medesimi diritti della maggioranza musulmana. Per certe frange religiose sunnite, la laicità araba e l’uguaglianza inter-religiosa, incompatibili con la sharia, costituiscono una vera e propria ingiuria contro l’Islam e rendono lo Stato siriano ancora più detestabile di un’Europa «atea» o «cristiana».


In Siria vi sono non meno di dieci diverse chiese cristiane, a cui vanno aggiunti i sunniti, che sono arabi, curdi, circassi o turcomanni, i cristiani non arabi come gli armeni, gli assiri o i levantini, i musulmani sincretisti e quindi non classificabili, come gli alawiti e i drusi. Pertanto, il compito per mantenere in piedi questa struttura etnico-religiosa fragile e complessa si dimostra estremamente difficile e il ruolo che ha svolto nella regione mediorientale questo regime laico, estremamente importante.
In ragione dell'origine del presidente Bachar Al Assad il regime siriano è indebitamente descritto come alawita. Affermazione facilmente contestabile già solo considerando che lo Stato Maggiore dell'esercito, la polizia politica, i diversi servizi d'informazione. I membri del Governo sono in grande maggioranza sunniti come pure una parte non trascurabile della borghesia. In realtà l’apparato statale baathista è il riflesso quasi perfetto della diversità etnico-religiosa che prevale in Siria. Questo è il genere di menzogna che porta acqua al mulino alle tesi dei salafiti (sunniti ultra-ortodossi) che si oppongono al presidente Assad per aver consegnato la Siria agli alawiti, che, secondo loro, sarebbero agenti sciiti. 5
Oltretutto esistono notevoli differenze tra alawiti e sciiti, sia sul piano teologico che nelle pratiche religiose. La deificazione di Ali (nipote di Mohammed), la dottrina trinitaria, la credenza nella metempsicosi e, inoltre, il rifiuto della sharia da parte degli alawiti sono fonti di critiche da parte dei teologi sciiti, che non mancano mai di accusarli di estremismo.
Conviene ricordare che per i salafiti la Siria semplicemente non esiste. Questo nome sarebbe, come quello dell’Iraq, una fabbricazione degli atei. Colui che adotta l’ideologia nazionalista, e si consacra alla liberazione del suo Paese, commette peccato. Pertanto il pan-arabismo, in quanto corollario del nazionalismo arabo, un'idea progressista di unità e di solidarietà inter-araba, è un sacrilegio, in quanto mina il concetto di «Umma», la madre patria musulmana.
La lotta che si sta scatenando attualmente sul suolo siriano vede opposte queste due correnti inconciliabili fra loro : il pan-arabismo e il pan-islamismo; “El Watan” e “El 'Umma”.6

Il piano imperialista per la zona del “Grande Medio Oriente”

L'erosione dei paesi di nazionalismo popolare insieme alla scomparsa del sostegno della URSS hanno fornito agli Stati Uniti l’occasione storica di attuare il loro “progetto” per la regione.
Il controllo del Medio Oriente è sicuramente una pietra di volta del progetto di egemonia mondiale di Washington.
Uno dei progetti – non direttamente militari - attraverso i quali gli Stati Uniti hanno pensato di assicurarsene il controllo, è quello di un “mercato comune mediorientale” in cui i paesi del Golfo dovrebbero fornire i capitali e gli altri paesi arabi la manodopera a buon mercato, mentre Israele si sarebbe riservato il controllo tecnologico e le funzioni di intermediario obbligato.
Accettato dall’Egitto e dai paesi del Golfo, il progetto veniva invece ostacolato dal rifiuto della Siria, dell’Iraq e dell’Iran. Per andare avanti bisognava dunque abbattere quei tre regimi. Il primo della lista è stato l'Iraq, il più penetrato dall'intelligence del sistema imperialista.
L'obbiettivo degli Stati Uniti e dei loro alleati subalterni della Nato per “un grande Medio Oriente” non è certamente la democrazia ma la garanzia di proseguire la sottomissione dei paesi della regione alle esigenze della mondializzazione ed è operante a esclusivo beneficio dei monopoli imperialisti. Per i paesi della regione prevede lo sviluppo “straccione” fondato sull'esclusione e sull'impoverimento della grande maggioranza che finisce per essere l'effetto centrale di questa strategia.
Questo modello che implica la sottomissione “compradora” e la pauperizzazione a causa del dilagare dell'economia di bazar (sviluppo straccione), caratterizza la più parte delle società arabe e mussulmane, fino al Pakistan e oltre. Anche in Iran è operante questa articolazione: il trionfo di questa economia di bazar era già stata segnalata come il risultato maggiore della rivoluzione komeinista. Un modello analogo è quello che ha devastato la Somalia ormai cancellata dalle carte delle nazioni esistenti.
La sua realizzazione richiede la distruzione degli Stati e delle società che si oppongono. L'Iraq ne è stato il modello. Là gli occupanti statunitensi, dopo aver prodotto la distruzione umana e materiale dell'Iraq, hanno sostituito il regime di Saddam Hussein con tre entità in lotta in nome della religione (sciita e sunnita) e dell'etnicità kurda.
Il progetto che si intravede dopo il tentativo fatto in Siria è quella dell'Iran , utilizzando ( ancora!) il falso pretesto delle armi nucleari.
Due pesi, due misure, come sempre : chi contesta l'armamento nucleare di Israele o del Pakistan ? !
Ma questa strategia a medio termine mira ai paesi emergenti e, soprattutto, a Russia e Cina. Il governo degli Stati Uniti ha formulato a questo scopo un programma in due tempi. Si tratta in primo luogo di contenere gli sforzi su cui questi paesi sono impegnati al fine di modulare la mondializzazione e di imporre una gestione policentrica, ponendo fine all'egemonismo di Washington. Il termine inglese usato è quello di “containment”. Ma a lungo termine gli USA si propongono di distruggere la loro capacità di movimento autonomo e di ri-colonizzarli. Il termine utilizzato è quello di “rolling back”. Questa prospettiva implica apertamente l'abolizione del diritto internazionale, del rispetto della sovranità degli Stati e implica anche il ricorso alla guerra. Le “guerre preventive” (forse più esattamente le guerre preparatorie) iniziate in Medio Oriente si iscrivono in questa prospettiva.
L'obiettivo è quello di garantire la dominazione del “Nord” ossia dei monopoli della triade Stati Uniti/Europa/Giappone sul mondo e più particolarmente di garantire l'accesso esclusivo alle risorse petrolifere in Medio Oriente o, in termini più generali, alle risorse naturali dell'intero pianeta.

Dicevamo all'inizio che il risultato delle elezioni in Siria è comprensibile all'interno delle nuove condizioni che si sono create in Medio Oriente e della variazione dei rapporti tra forze operanti nel mondo in generale.
Cominciamo con la Russia che in quest'ultimo periodo ha dato, per la prima volta dalla caduta dell'Unione Sovietica, un'immagine di fermezza nella difesa dei suoi interessi sia rispetto alla crisi in Siria che in Ucraina. Pensiamo poi alla Cina, che secondo numerosi analisti, si convertirà durante questo stesso anno nella prima superpotenza economica mondiale. La Russia ha creato insieme al Kazakistan e la Bielorussia l'Unione Economica Euroasiatica, che dovrebbe rappresentare il contrappeso di Mosca e i suoi alleati all'Unione Europea. Varie repubbliche ex-sovietiche come l'Armenia o il Tagikistan si uniranno presto e anche l'Iran e la Siria dovrebbero farlo a loro volta, creando così un enorme spazio di cooperazione economica e politica euroasiatico.
Un altro strumento di cooperazione delle “potenze emergenti” il BRICS, dovrebbe rafforzarsi incorporando l'Argentina, stringendo in questo modo le relazioni globali tra l'America Latina, la Russia e la Cina.
I paesi occidentali rischiano quindi di assistere alla nascita di un nuovo “Est”, non più formato dall'ex URSS e da alcuni paesi est-europei, ma da un enorme blocco euroasiatico che si estenderebbe dalle coste del Pacifico fino al Mediterraneo e dall'Artico al Golfo Persico e conterebbe anche con la partecipazione di alcuni paesi dell'America Latina.
In tutto questo quadro riveste un'importanza particolare il ruolo dell'Iran ed in particolare il processo di negoziazione del suo programma nucleare. Se l'accordo nucleare acquisisse una reale stabilità, potrebbe comportare una grande espansione dell'economia e dell'influenza politica dell'Iran come grande potenza in Medio Oriente, nel Golfo Persico e in Asia Centrale.
In Iraq, il Primo Ministro Nuri al Maliki, alleato della Siria e dell'Iran ha vinto le elezioni legislative in seguito a una campagna basata sulla promessa di portare a buon fine la lotta contro il terrorismo e sulla denuncia dell'ingerenza dell'Arabia Saudita, del Qatar e della Turchia nel suo paese che ricorrono anche all'appoggio ai gruppi armati. Ciò ha significato il chiaro fallimento della strategia saudita che non ha risparmiato alcun mezzo per far cadere al Maliki, un alleato fondamentale dell'Iran.
Attualmente è in corso un'importante offensiva militare del cosiddetto Stato Islamico in Iraq e Siria (SIIS) nel nord dell'Iraq. In un solo giorno si sono appoderati della città di Mosul, ricca di petrolio e seconda città del paese e si muovono verso l'est e il sud, verso le provincie di Kirkuk e Salahuddin puntando su Baghdad. E' la prima volta che lo SIIS controlla un'intera provincia in Iraq e una fascia di terreno che va dai pressi di Aleppo in Siria fino a Mosul passando per Falluja.
L'offensiva è stata incitata e sostenuta dal re saudita Abdallah, ossia l'offensiva dello SIIS contro l'Iraq è la culminazione del piano Saudita per dominare il Medio Oriente questa volta diretto contro l'Iran. Il passo anteriore era stato il tentativo di espellere dal potere il Primo Ministro iracheno Nuri al Maliki, al quale il re saudita non perdona che si sia posto al lato dell'Iran. Ed ancora re Abdallah non riesce ad accettare l'insuccesso che il suo paese ha patito in Siria, dove non ha potuto, nonostante enormi sforzi, togliere di mezzo il presidente siriano, Bashar al Assad. Il monarca saudita pensa che gli avvenimenti in Iraq rappresentino l'occasione per un sua rivincita.
Da un altro punto di vista va considerato che questi avvenimenti appaiono come un chiaro fallimento delle truppe dell'esercito iracheno, addestrate, armate e finanziate dagli Stati Uniti. Immediatamente il Primo Ministro iracheno ha dichiarato che il Governo armerà i volontari che vogliano lottare contro i terroristi e la più alta autorità religiosa sciita in Iraq, l'ayatollah Alí al Sistani, ha chiamato gli iracheni a prendere le armi contro i terroristi della milizia del cosiddetto Stato Islamico in Iraq e in Siria (SIIS), vincolato ideologicamente a Al Qaida. L'Iraq, ha affermato, deve far fronte a una sfida maggiore e un pericolo straordinario, la responsabilità incombe su tutti quanti e non può concernere una sola confessione o un solo partito. A seguito di questo si sono formate lunghe code nei centri di reclutamento e l'influente autorità sciita irachena, Muqtada al Sadr, ha dichiarato che si stavano creando delle “unità di pace” per difendere i siti religiosi musulmani e cristiani in Iraq, in collaborazione con il Governo. Il presidente iraniano in persona, Hassan Rohani, ha dichiarato che l'Iran “lotterà contro la violenza e il terrorismo dei takfiris”, il che significa che battaglioni di “pasdaràn” potrebbero marciare a difesa di Baghdad e Kerbala.
In altre parole l'offensiva di Al Qaida ha prodotto l'ennesimo paradosso di favorire l'estensione e il compattamento a un livello più ampio, su tutta la regione mediorientale, dell'alleanza che combatte.
Tutti questi elementi hanno delineato uno scenario nel quale sia i paesi arabi del Golfo che quelli europei si dovranno vedere obbligati di fatto a riconoscere i risultati delle elezioni siriane e ad aprire canali di dialogo con il Governo siriano, di fronte all'evidenza che la contraddizione che hanno introdotto in Siria ora si è convertita in un conflitto internazionale e in una minaccia per altri Stati arabi ed anche occidentali.
Da questo punto di vista le elezioni del 3 giugno in Siria non rappresentano semplicemente la cristallizzazione della vittoria siriana, personificata nel presidente Bashar Al Assad, ma dimostra no piuttosto che la resistenza di questo paese, una nazione con migliaia di anni di storia e pilastro del arabismo, è stata il catalizzatore della nascita di un nuovo blocco euroasiatico che sta difendendo la propria indipendenza e sovranità di fronte alle mire egemoniche e neocolonialiste del blocco imperialista.

 


 

NOTE

 

1 L'esercito siriano ha attualmente riconquistato le colline e la località di Kassab nella regione del Latakìa che erano state occupate con un'offensiva che ha goduto dell'appoggio diretto dell'artiglieria turca. L'obiettivo di questa offensiva era di arrivare fino al litorale siriano per aprire una via marittima di approvvigionamento per i gruppi armati. Per l'esercito siriano, a sua volta, riprendere il controllo delle colline che dominano Kassab significa tagliare la strada dei rifornimenti fatti arrivare attraverso la frontiera turca, via attraverso la quale arriva ai gruppi armati ogni genere di appoggio.


2 A questo proposito e a riprova della dimensione panaraba della vittoria siriana è interessante aprire una parantesi su una riflessione del giornale britannico “The Independent”, (sicuramente non sospettabile di apologia panarabista), che afferma che le recenti elezioni in Egitto, Siria e Algeria potrebbero essere la spinta per una rinnovata alleanza tra Damasco, Il Cairo e Algeri. Il trionfo di Abdel Fattah al Sisi, assomiglia a un “certificato di morte” della cosiddetta “Primavera Araba” e non solo per quanto riguarda l'Egitto. A quella è seguita la vittoria di Bashar Al Assad, e il giornale nota le dichiarazioni di al Sisi favorevoli a una soluzione politica in Siria e le sue preoccupazioni sulle implicazioni di una Siria trasformata in un santuario del terrorismo. Da questo scenario il giornale individua le condizioni per una rinnovata alleanza di tre governi che combattono una stessa lotta ...

3 Questo è quello che è avvenuto anche in Algeria : l'obiettivo dell'attacco dei gruppi terroristi era quello di impedire la cristallizzazione di una forza laica e antimperialista e il principale appoggio che hanno ricevuto i gruppi islamisti armati algerini è stato quello degli Stati Uniti.

4 Lo Stato wahhabita non poteva restare immobile di fronte agli eventi che stanno scuotendo la Siria, un Paese faro del nazionalismo arabo ed inoltre amico dell’Iran, nemico giurato dei sauditi. Riyad alimenta il terrorismo anti-siriano attraverso diverse modalità: diplomatiche, economiche, religiose, logistiche e, ben s’intende, militari. La Casa di Saud ha sponsorizzato i jihadisti attivi in Siria, incoraggiandoli attraverso i suoi strumenti di propaganda, e accreditandoli a mettere il Paese a ferro e fuoco. Ad esempio, dopo aver autorizzato la jihad in Libia, e aver invocato l’eliminazione di Mouammar Gheddhafi, lo sceicco Saleh Al Luhaydan, una delle più prestigiose autorità giuridiche e religiose del Paese, si è dichiarato favorevole allo sterminio di un terzo dei Siriani per salvarne gli altri due terzi. Sull'emittente televisiva saudita al-Arabiya Tv, i predicatori affermano che «ammazzare Bashar è più importante dell’ammazzare israeliani» o lanciano appelli per fare a pezzi gli Alawiti e dare la loro carne ai cani. Recentemente le minacce si sono estese ai cristiani facendosi scudo di un hadith (narrazione secondo la tradizione orale del tempo del Profeta) che riporta la dichiarazione del profeta Mohammed sul letto di morte: «non dovranno esserci due religioni nella penisola arabica», lo sceicco saudita Abdullah, la massima autorità wahhabita al mondo, ne deduce che è necessario distruggere «tutte le chiese presenti nella regione». I cristiani di Siria ed Egitto non si sentono di certo rassicurati.

5 Il salafismo è il prodotto della svolta della Nahda compiuta nel XIX secolo, che supera le proposte oscurantiste di Rachid Reda, convertito al wahabismo (forma più arcaica dell'islam), è stata adottato immediatamente dai Fratelli mussulmani di quel tempo (1927). I salafiti rigettano il concetto di libertà e democrazia che, secondo loro, non terrebbe conto della “natura” che ha imposto all'uomo di obbedire a Dio (“come uno schiavo dovrebbe obbedire al suo padrone”). Rimane inteso che solo gli ulema sono autorizzati a trasmettere gli ordini di Allah ed è in questo modo che si apre la via alla teocrazia.
I salafiti sono nemici della modernità se per essa si intende proclamare che l'essere umano è individualmente e collettivamente – in società – responsabile di costruire la sua storia e il suo destino. I media occidentali pretendono invece che i salafiti siano “moderni” in quanto non vietano i computer e il “business management”. Evidentemente la gestione del sistema ha bisogno di servitori competenti, a condizione che essi siano sprovvisti di ogni capacità critica. La Fratellanza musulmana e i salafiti, a partire dall'Egitto, si sono spartiti i compiti per islamizzare la società e lo Stato. I salafiti proclamano apertamente quello che i Fratelli musulmani pensano, ma in molte occasioni diplomaticamente non dicono, per mantenere il “diploma di democrazia” che gli Stati Uniti, anche con la presidenza Obama, hanno loro concesso.

6 Di questo conflitto esiste un precedente storico. Dal 1963, la Siria baathista sta conducendo una vera e propria guerra contro i movimenti “jihadisti”. L’esercito governativo e i Fratelli musulmani si sono affrontati in numerosi scontri, che si sono tutti risolti con la vittoria del potere siriano. Queste vittorie sono state strappate al prezzo di molte vittime, l’esercito non ha esitato a seminare il terrore per raggiungere i suoi scopi. Nel 1982, l’esercito di Hafiz al-Assad ha martellato interi quartieri della città di Hama per superare la resistenza della Fratellanza Musulmana. Ci sono stati almeno diecimila morti causati dai bombardamenti e negli scontri per le strade. Molti Fratelli musulmani siriani sono ricorsi all’esilio. Da qui uno dei motivi dello spirito di vendetta degli attuali “jihadisti” siriani.

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